Adesso lo so! SirBiss

Dannazione e redenzione



Il Vecchio arrancava lento lungo il sentiero affondando nella neve ormai fradicia. L’aria, pur se ancora fredda, ravvisava i primi tepori. La primavera non avrebbe tardato. Non importava più. Novantotto erano le primavere già trascorse, lunghissime le prime, brevissime le ultime. Non c’era più tempo. A fatica, un passo dopo l’altro, il bastone a sostenere le gambe stanche, e la granitica volontà a sorreggere il desiderio di arrivare. Ancora qualche metro ed il bosco avrebbe ceduto la scena ad un ampio prato e da lì avrebbe visto la sua casa, la casa dove era nato. Lì voleva arrivare un’ultima volta, lì doveva chiudere i conti con il passato. La neve sotto i suoi piedi cedette, cadde. Ristette fermo per un attimo ma il freddo attraversò in fretta gli indumenti, a fatica si rialzò. “Non ce la faccio!” pensò. E subito nella mente riecheggiò la voce di Ester che lo incitava: “Alzati Francesco, alzati e prosegui, manca ancora cosi poco …” . Riprese a salire. Ancora qualche metro nel buio del bosco, mentre raggi obliqui filtravano attraverso i rami spogli e poi, oltre la curva, la radura si sarebbe aperta alla luce in tutto il suo splendore. Finalmente! In lontananza intravide la casa, adesso poteva camminare in piano, affrettò il passo, lasciando orme che si affiancarono a quelle di qualche capriolo e lepre e infine la raggiunse. Scosse la neve dagli scarponi e si rifugiò sotto il portico. Tutto il bianco del mondo attorno a lui, tutto il silenzio del mondo era lì. Si sedette sulla panchina al sole, lasciandosi avvolgere da quel caldo abbraccio ristoratore. Davanti a lui una vista mozzafiato, oltre il prato, in lontananza, la corona dei monti, degna cornice della sua tenuta, dieci ettari di bosco e prati ed una casa che sembrava uscita da una fiaba. L’aria era tersa ed il cielo limpido. Si accoccolò meglio sulla panchina e sospirò felice: sono di nuovo qui! Ancora una volta! Inspirò profondamente, pervaso dal profumo del legno accatastato fuso a quello dell’aria fredda. Si appisolò. Solo un momento, sono cosi stanco! La fine è vicina ma voglio stare qui ancora un momento, poi farò quello che devo fare. Adesso lo so!


Nikolajevka 28 gennaio 1943

Neve sempre neve e solo neve. Freddo… Imbruniva, Francesco era stanco, aveva freddo e fame. Siamo accerchiati, Dio mio! Bisogna espugnare Nikolajevka e poi possiamo ritirarci. In quel momento udì il suo comandante gridare: “Tridentina avanti!” e quel grido rimbalzò poderoso di uomo in uomo sempre più forte: Tridentina avanti! E come un sol uomo si lanciarono urlando verso il sottopassaggio e la scarpata della ferrovia, la superarono, travolsero la linea di resistenza dei russi. Si! I Russi ripiegavano, Si! Ce l’avevano fatta! E mentre arrancava con i compagni rimasti, cercò di non pensare ai cadaveri in cui inciampava, ora un russo, ora un italiano, cadaveri su cadaveri, una carneficina. Abbandonati come povere inutili marionette. Eroi! Che battaglia! Che orrore! Ora potevano tornare a casa. Settecento km fino a Gomel. Nella neve.

Francesco!”” Non ce la faccio più” disse Carlo mentre si accasciava sulla neve.

Carlo rialzati per l’amor di Dio! Dobbiamo arrivare al primo villaggio e lì verremo soccorsi, ti prego alzati!”

No! non ce la faccio, ho perso molto sangue, non ce la faccio. Tu vai, lasciami morire qui, io non ho speranza! Ho terribilmente freddo!”

No non ti lascio, ti prego” con voce rotta dal pianto “ti prego Carlo, alzati!”

Vai Francesco, vai! Fammi solo un ultimo favore, porta questa lettera a Frieda, l’ho scritta tempo fa. Non ho neanche visto nascere il mio bambino ma voglio che tu mi prometta che gli racconterai di me… Francesco promettimelo!

La colonna si stava allontanando, doveva affrettarsi. Lo prese lo sconforto. “Te lo prometto!” disse in un soffio, prese la lettera e diede un ultimo sguardo all’amico ormai quasi incosciente. Il freddo lo avrebbe finito presto. Decise di togliere gli scarponi all’amico. Lacrime gli rigarono il viso, ghiacciarono come profonde cicatrici. Avrebbe accelerato la sua morte, e per lui, quegli scarponi, sarebbero stati la salvezza. Un paio di scarponi. Diede un ultimo sguardo a Carlo, non si muoveva più, e piangendo corse avanti, affondando nella neve, ma avanti!



New York 7 Giugno 1948

Il sole splendeva radioso quella mattina. Sul sagrato della chiesa pochi amici. Ester sarebbe arrivata di lì a poco e finalmente sarebbe stata sua moglie. Una sottile angoscia attraversò la sua mente. Cercò di scacciare il pensiero, quello era un giorno di festa. Carlo e Frieda il giorno del loro matrimonio ed io il loro testimone. E poi era scoppiata la guerra e aveva posto fine a tutto. La lettera di Carlo giaceva nascosta nella tasca della giacca. La portava sempre con sé. Non aveva avuto il coraggio di consegnarla a Frieda, avrebbe dovuto dare troppe spiegazioni. Non era pronto alle domande e nemmeno alle risposte. Aveva orrore di se stesso. Aveva lasciato morire Carlo! il suo migliore amico! Sì, questo pensiero lo avrebbe tormentato per sempre. Ma ecco arrivare Ester, la sua vita.


Vigo di Ton 8 ottobre 1968

Mamma! Siamo qui, siamo ritornati!”

Elsie tesoro! Figlioli miei.” Eccovi qui finalmente. Allora come è andato il viaggio?

Benissimo mamma, era tutto meraviglioso, abbiamo visto un sacco di cose ed è stato tutto molto, molto eccitante! Dobbiamo ringraziare te per tutto questo.”

Oh non ho fatto nulla di speciale, ho solo destinato parte del denaro che puntualmente mi arriva da Ernesto, un amico di papà che non ho mai conosciuto. Mi scrisse dopo la guerra dall’America, era diventato ricco e non avendo figli voleva fare qualcosa per la memoria di Carlo e Francesco. Anche se ero restìa ad accettare, lui mi ha fatto promettere che avrei destinato questi soldi a te e alle nostre necessità e allora ho acconsentito. Cosi ho potuto farti studiare, ora sei sposata e questo è tutto quello che potevo sognare, anzi che potevamo sognare tuo padre ed io.” “Sia benedetto quell’uomo.”

Le manca molto suo marito vero Frieda?” chiese Enrico.

Si, la sua morte è stata un duro colpo, ma era la guerra. Lui e Francesco, li ho persi tutti e due. Ma bando alle tristezze, su, venite che ci facciamo un caffè!”


New York dicembre 2009

Affondava nella neve, non poteva mettere quegli scarponi, no! NO! NOOOO!

Francesco svegliati, stai sognando di nuovo. Francesco!” Ester scosse gentilmente il marito che si riscosse, aprì gli occhi e vide lo sguardo ansioso della moglie su di lui.

Ester, ho urlato di nuovo?

Si caro. Hai rifatto quel sogno.” “Non me lo ha mai raccontato. Cosa ti tormenta ancora dopo cosi tanto tempo?”

Non te l’ho mai detto perché mi vergogno profondamente. Io … io sono un uomo orribile Ester, orribile. Io ho lasciato morire Carlo lassù in Russia a Nikolajevka. E gli ho portato via gli scarponi, perché volevo salvarmi. Ma anche Carlo voleva tornare da Frieda, è scritto nella sua lettera. E voleva vedere il bambino. E’ una bambina, si chiama Elsie. Ed io non ho mai consegnato quella lettera. Non ho avuto cuore di raccontare questa cosa orribile, Frieda non mi avrebbe mai perdonato. E nemmeno tu. “ “Ho cercato di rimediare, ho mandato loro, anno dopo anno, del denaro, quello che Carlo avrebbe guadagnato e anche di più, ma questo peso, Ester, questo peso non riesco a togliermelo di dosso, non riesco”. E scoppiò in un pianto dirotto. Ester raccolse la testa del marito al seno e carezzandolo in silenzio lasciò che sfogasse il dolore. Ester non parlò più di quella notte.


New York ottobre 2010

Signor Francesco, sua moglie purtroppo non ha più di un mese di vita ormai.” La voce del medico gli attraversò la mente in un susseguirsi di suoni indistinti ma che lui ben aveva compreso. “Un mese!” esclamò. “Più o meno, purtroppo non c’è più nulla da fare, mi dispiace”.

Sul candido letto d’ospedale Ester assomigliava ad una delicata farfalla che sbatte le ali con un ultimo estremo sforzo. Francesco, con le mani della moglie tra le sue, tentava di riscaldarla. Era volato in un soffio il tempo assieme, erano trascorsi gli anni, ed ora era giunto il momento del commiato.

Mi devi promettere una cosa Francesco, prima che me ne vada.”

Tutto quel che vuoi amor mio, tutto quello che vuoi”!

Torna in Italia, a casa, e cerca Frieda e sua figlia, lo devi a Carlo. Consegna quella lettera, solo cosi potrai vivere ancora un po’ di serenità. Fallo senza indugio. Io ho capito i tuoi motivi, ma ora è giusto che tu deponga quel fardello e faccia ammenda. La guerra è stata crudele, ma più crudele è stato privare una moglie ed una figlia dell’ultimo pensiero, dell’ultimo sorriso dell’amato marito e padre. Ti prego, non indugiare più.”

Lo farò, te lo prometto.”


Il Vecchio si riscosse, riaprì gli occhi e si guardò attorno, il sole stava calando all’orizzonte. Doveva muoversi. Adesso so quello che devo fare, adesso lo so! Dalla tasca estrasse due lettere, un ingiallita dal tempo ed una scritta da poco. Si tolse gli scarponi, quegli scarponi che gli avevano salvato la vita, quelli che aveva sognato per anni e lo avevano tormentato all’infinito. E con i piedi nel freddo terreno aprì la lettera e la rilesse.

Cara Elsie,

immagino il tuo stupore quando leggerai queste righe, scritte da un vecchio che tanto ha da farsi perdonare. Ho scoperto con dolore che Frieda, la mia cara Frieda, è morta poco tempo fa. Sono arrivato tardi per fare ammenda, e non mi resti che tu ora.

So che lei ti ha parlato di me, Ernesto, un caro amico di tuo padre. Non mi ha mai visto. Sono vecchio e stanco ormai, ed ora che si appressa la fine, devo dirti tutta la verità, deporre un pesante fardello a lungo portato. Forse ora proverai orrore, ma spero tu possa un giorno perdonarmi.

Io sono Francesco, quel Francesco creduto disperso nella battaglia di Nikolajevka in Russia. Ero amico e un fratello per Carlo, tuo padre, il padre che non hai mai conosciuto. L’ho visto morire durante la ritirata verso Gomel, anzi no, l’ho lasciato morire lì nella neve. Era ferito e non ce la faceva più a tenere il passo con i compagni. Si io l’ho lasciato lì nella neve ed ho continuato la mia corsa verso la salvezza. Questa cosa orribile che ho fatto mi ha perseguitato fino ad ora. Ma più grave ancora è che ho ricevuto da Carlo una lettera per tua mamma e non l’ho mai consegnata. Ho preferito farmi credere morto, assumere il nome di Ernesto, un amico che viveva in America. Da lì ho provveduto ai vostri bisogni come meglio ho potuto. Dopo la ritirata, quando tornai a casa non trovai più nessuno dei miei fratelli, così mi imbarcai per l’America. Lì feci fortuna e sposai Ester, la mia adorata compagna che mi ha lasciato un mese fa. Ora sono tornato a casa per chiudere gli occhi e raggiungerla. Ma prima ti devo chiedere perdono per tutto il male causato, per il dolore crudele che ho provocato con la mia vigliaccheria. Insieme a questa mia, troverai la lettera che tuo padre scrisse a tua madre in quei tristi giorni, e inoltre il mio testamento. Tutto ciò che possiedo è tuo, fanne l’uso che più ritieni opportuno. Perdonami se puoi. Perdonami ti prego. Francesco.


Richiuse la lettera e la sigillò. Rimise gli scarponi. Il sole si tuffò dietro la montagna e quella distesa di neve che aveva davanti d’improvviso perse il suo magico fascino. Di quel pesante fardello non rimanevano che pochi grammi, tutti in una lettera, una lettera di redenzione. Con passo incerto Francesco ripercorse il breve tratto del bosco e arrivò alla locanda. Era puntuale, di lì a poco il vecchio notaio del paese sarebbe arrivato, avrebbe preso il plico e raccolto le sue ultime volontà.

Ecco tutto è a posto ora. Possa la mia anima trovare pace.

Il sole era già alto nel cielo, c’era aria di neve. Il fattore percorreva il sentiero che conduceva al maso e incuriosito osservava le orme sulla neve che venivano e andavano e venivano di nuovo. Che strano! Pensò. Da lontano vide una sagoma sulla panchina del portico. Si avvicinò: è un vecchio. Che ci fa qui? Pareva addormentato. Lo scrutò per un attimo, incerto se svegliarlo o no, ma poi, con immensa pietà capì che non sarebbe stato necessario.