Avrei voluto calpestare il tuo cadavere, ma … speedy
Avrei voluto calpestare il tuo cadavere, ma… gli argomenti ed il susseguirsi degli eventi trattati in questo sofferto “memoriale”, cambiano radicalmente la malsana idea; sfatando così il popolare detto: “la vendetta è un piatto che va gustato freddo”. Ma prima d’iniziare, una piccola retrospettiva storica è sicuramente utile. L’anno in cui tutti erano stanchi della guerra, il passato tornò presente e vivo, risuonando nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto gli scarponi, gli starnuti, i colpi di tosse degli alpini e gli sbuffi di muli appesantiti dai pezzi d’artiglieria. L’avanzare era lento e pesante, lasciando impronte profonde sulla coltre di neve. In quella magica frazione di tempo che albeggiava, avrei voluto avere l’estro di un pittore per cogliere quel gioco di luci e colori che filtravano attraverso il fitto bosco. Marciavamo senza parlare, senza imprecare, per non risvegliare quell’incantesimo. Ma la montagna si destò da quel tepore e volle vedere noi alpini, noi uomini duri. La mente vagava tra le rupi e le alture rocciose. Pensavo che le montagne fin dai tempi remoti hanno avuto ugual importanza nell’arte e nella letteratura. Mentre osservavo le cime più alte piene di neve soffiata da venti impetuosi, scendevo con lo sguardo assieme ai corsi d’acqua giù per i fianchi seminati di cicatrici, fino ai miei scarponi ormai fradici. Mi destai all’improvviso da quelle fantastiche emozioni, sentendo un ordine perentorio del mio capitano: “Tenente esigo che dia subito l’alt alla colonna. Siamo giunti ai limiti del bosco, dobbiamo attraversare la vallata allo scoperto, vada a fare un sopraluogo e mi riferisca immediatamente”.
Esordii come giovane sottotenente e venni assegnato come guida al fianco del cap. Algenga, poiché avevo un alto grado di compiutezza riguardo alle montagne. Mi inoltrai in quella distesa di neve quasi piana senza traccia di sentieri. I riflessi argentati del sole mi accieccavano, ma vidi ugualmente qualche cosa che m’insospettì: il mio istinto di montanaro mi suggerì che v’era del pericolo. Tornai di soppiatto dal capitano, comunicando il mio fondato sospetto che le truppe nemiche sicuramente avevano piazzato delle mine. E le mine disintegrano, distruggono e cancellano rocce, armi, uomini e muli. Ma il capitano non mi dette ascolto, replicò dicendo : “Il nostro obbiettivo è di piazzare il cannone su quella cima e noi lo piazzeremo!” “Almeno restiamo distanziati 4-5 metri l’uno dall’altro”, dissi. Mi fulminò con un perfido sguardo che incuteva timore e disagio. E’ curioso come il cervello reagisca alla tensione, come le ansie riescano ad estrapolare dalla realtà alcuni elementi concreti e inventare delle storie. Così corrono da un capo all’altro della colonna. Ma la cosa più curiosa è che, in tutta la colonna di alpini, le storie che circolano sono sempre le stesse. Quando la tensione si dissolse, poiché c’era d’avanzare e non d’aspettare, iniziammo così la discesa in formazione serrata, nel silenzio irreale. Dall’alto dell’ampio costone che s’affacciava sulla sottostante conca, una terribile mina esplose, pareva la fine del mondo, l’inizio di un apocalittico terremoto destinato a distruggere tutto e tutti. Una spaventosa frana crollò a valle trascinando con sé uomini e muli. Di lì a poco, quando si spensero gli ultimi bagliori e quando cessò il tremendo boato che fece sussultare l’intera montagna, sollevando una densa polvere giallastra che rese penoso e impedì la vista e l’orientamento, rimasi angosciato e travagliato. Con notevole sforzo intravidi l’immenso disco di sole che faceva capolino tra le cime, come una bolla d’oro, pronta ad accogliermi come una madre che abbraccia il figlio dopo lunga assenza. Sentivo un richiamo dolce e musicale, la roccia ferma. Mi sentivo leggero come una piuma e quella nuda roccia fermava il tempo. Vedevo la mia ombra volare, avrei voluto affondare gli artigli in quella crosta rocciosa. Inspirai a pieni polmoni quell’aria diventata pura, l’odore acre che avevo in gola scomparve. Sommai nell’anima la disperata angoscia di tutti, vedendo i corpi martoriati dei miei alpini sulla neve e dalla somma di dolore mi scaturii nell’anima un gesto, un grido. Acquistando coraggio mi sollevai da terra e, benché stremato, subito mi sforzai di soccorrere gli alpini sopravissuti. Notai il tenenete veterinario seguire le tracce di sangue sulla neve. Cercava disperatamente di medicare i muli feriti. Estrassi la pistola automatica d’ordinanza per ufficiali e per cariche speciali. Sparai a sangue freddo ai quadrupedi agonizzanti, poi puntai la pistola alla nuca del tenente veterinario intimandogli di accorrere in aiuto degli alpini feriti: era l’unico mezzo coercitivo. Vidi il capitano avvicinarsi claudicando in modo vistoso, mi fulminò nuovamente con un gelido sguardo senza proferire parola. Si trascinò verso di noi l’alpino Meneghin, a cui uno scheggione aveva portato via un braccio ed il pezzo troncato lo portava con sé sotto l’altro braccio rimasto sano. Lasciò cadere l’arto davanti a noi rimasti impietriti, con un gesto corretto, senza ira. Disse: “Mi pendeva da un pezzetto di pelle, ho cavato fuori il coltello, me lo sono tagliato”. L’alpino rimase diritto, sereno, senza sdegno, senza debolezza. Con una calma sublime e con quel cuore fiero estrasse con la mano buona un foglio spiegazzato e lo ficcò nel taschino della mia giubba. Poi stramazzò a terra svenuto. Anche questo nostro corpo degli alpini ci aveva rimesso il braccio. Quando vennero i soccorsi il moncone sanguinava ancora. Il capitano fece un rapporto dettagliato dell’accaduto omettendo certi suoi errori, un’impostazione falsa, distorta e unilaterale. Incolpando naturalmente solo me di ciò che era successo. Fui processato, degradato e sbattuto nelle carceri militari. Ogni momento della mia detenzione gridavo vendetta. L’avrei cercato per ogni dove e gli avrei sparato a sangue freddo come feci con quei poveri muli. L’anno della vittoria e della mia liberazione fu anche un anno difficile, nel quale avrebbe ancora potuto accadere di tutto. Dopo lunghe ricerche scovai il dannato capitano da me considerato degno di esecrazione e di abominio. Era ricoverato in un angusto ospedale militare. L’odore del sangue intasava le narici e si sentivano i lamenti dei feriti. Le bianche zanzariere sventolavano come anime in cerca di pace. Porca ladra! Aveva il corpo martoriato: gli mancavano gli arti inferiori, lo sguardo allampanato. Giaceva inerte, inoffensivo, in un lercio letto. Imprecai. Se gli avessi sparato non sarebbe stata vendetta, gli avrei invece risparmiato tutta quell’agonia : poteva finalmente entrare in un paradiso di pace. Mi rividi sperduto per la sassaia maledetta, nella “busa” formicolante di putredine e di vita devastata, incenerita, teatro osceno di neve e di marciume, di muli morti, di soldati agonizzati e di materiali abbandonati, abbacinato da quelle vampate fragorose. Come avrei potuto calpestare quel corpo martoriato? Via da quel destino sguaiato, tornai sulla montagna maledetta dove ora gli elementi erano calmi, dove sembra di vedere un immenso mare di ghiacci scintillanti, variamente ondulati, solcati da infiniti crepacci sui quali numerosissime cime aspre drizzavano al cielo le loro vette dominanti. Burroni e crepacci, spaventosamente profondi ed infinitamente svariati e frastagliati, formavano un fantastico intreccio di picchi e di abissi. Lassù c’era un silenzio enorme, adesso che gli elementi tacevano. Mi ritrovai col culo sulla neve, questa volta invece della pistola estrassi quel famoso foglietto sgualcito che portavo sempre con me come una reliquia. Lessi la poesia “Guerra e pace” ad alta voce. L’eco rispose spezzando il silenzio che torceva le budella.
GUERRA E PACE
Ascoltar l'urlo della guerra
ascoltar il grido di terrore
tremar fa la terra.
Sentir della morte il fetore.
Veder per ogni dove,
palazzi e case abbandonati.
Si vanno disfacendo in polve
quelle che furon strade e piazze popolate.
Veder la grigia pianura
rievocar l'allucinante sventura,
sentir l'odor della paura.
Singhiozzar sui corpi arsi,
intonar una triste melodia,
veder fantasmi ormai scomparsi.
Vecchio guerriero stanco
che al nemico incuti terror.
Come lupo capo branco
abbandona mutilato il tuo fervor.
Scenda su di noi la pace;
perdonar i nostri nemici,
condur in un paradiso capace;
viver assieme,sempre felici.
Un brivido bloccò la voce in gola, fondendosi alla rabbia covata da tempo. A uno non dovrebbe venire in mente di vendicarsi. Ma l’odio è una brutta bestia, stenta a morire e ha buona memoria. Come ho potuto pensare di voler maltrattare il capitano, insultarlo, prenderlo a calci e persino meditare di privarlo della vita? S’è l’alpino “poeta” Meneghin ha perdonato i suoi nemici, se le sue umili parole sono state capaci di richiamare all’anima più segreta l’immagine dei volti più cari, delle tradizioni più radicate delle nostalgie più struggenti, come ha potuto la mia mente progettare di calpestare il suo cadavere con smodata furia?
Creiamo adunque questo simulacro di riconquista.