Iwahjn Pagina di diario



I misteri che racchiudono le pagine di un diario, sono la libertà che viene espressa in tutta la sua chiarezza, un gioco in cui l'impotenza dell'ego ci ha esclusi.

Il segreto che non verrà mai rivelato a nessuno, a meno che non sia subentrata la morte, oppure dopo molto tempo un anonimo scrittore trovi un libro con la nera copertina sepolto nella polvere in un vecchio maniero abbandonato.

Dalle pagine di questo diario lo sconosciuto autore tradusse dalla scrittura “ITALICA” una storia “arcana” di un re vissuto nel XV secolo.

Un’opera narrativa in cui si notano gli avvenimenti scoordinati secondo la successione cronologica che di regola dovrebbe avere un diario.

Usando il criterio della chiave di lettura ottenne il risultato di avvicinarsi ad una elaborata e a tratti fantasiosa biografia. L'autore ci riconduce a uno dei periodi più fortunosi e drammatici di quel tempo, fra i sinistri rintocchi che accompagnavano le esecuzioni capitali e le luminarie di ogni maniero che si abbellivano nelle notti di tripudio.

Qui si muove una schiera di personaggi veramente fantastici.

Tutto ebbe inizio nella foresta, ove tormentato un cavalier errante peregrinava; solo contro tutti e tutto, con l'anima stremata.

Fu qui che incontrò la “bestia mandibolata” che gli diede saggi consigli. Andò al pozzo e, con la “celata”, bevve dell'acqua magica. Volgendo gli occhi infuocati al creato crebbe la sua forza e il suo zelo.

Volle sfidare il suo re a singolar tenzone, con il peso della sua spada gli spaccò la testa. L'armatura intrisa di sangue regale divenne pesante. Rammaricato dal peccato commesso, girovagò per la foresta urlando e imprecando.

Vide un ruscello aprire la via verso il castel reale.

Cercò la fiabesca regina nella sua dimora. Una voce misteriosa gli suggerì: «Abbi fede, oh cavalier, chiedi perdono per aver smarrito l'onor, abbraccia lo spirito ed il corpo della bella signora».

All'alba senza indugio entrò nella reggia e regnò con amor.

Regnò per molti anni con saggezza e nobiltà d'animo, onorando ed amando i suoi sudditi e la sua devota regina.

Ma un giorno sotto mentite spoglie s'aggirò per il castello un losco figuro. Aveva in mente vendetta e ambizione, mai sazio di sete d'orror.

Per attuare il suo diabolico piano, intagliò due orrende forme con facce d'animali, mammelle femminili e genitali maschili. Escogitando un rito pagano, aiutato dalle forze infernali incendiò le due statue.

Il castello si avvolse in un terribil rogo. Al fragor della sciagura, l'audacia rese forte il re Iwajn. Questa volta la giusta causa armò la sua mano e colpì senza tregua il vile invasor...

A questo punto del racconto probabilmente accadde qualcosa d'inconsueto: l'incendio probabilmente distrusse alcune pagine del diario. L'autore esalta l'indomabile coraggio del leggendario re IWAJN, affinché il lettore possa compensare nel suo cuore il rigore del suo giudizio.

Il nostro autore ritrovò nelle pagine del diario i pensieri cosi sconsolati, cupi, e opprimenti da togliere la cognizione del tempo.

In una mattinata di maggio dell'anno 1535 di nostro Signore, poco dopo l'aurora sulle placide colline dove sorgea l'imponente castello, giù pel breve declivio del colle, camminava a piedi nudi la regina, scendeva rapida, tenendo gli occhi fissi a terra per non inciampare contro i ciottoli e le radici contorte che ingombravano il sentiero. Era la prima volta che usciva a piedi nudi.

Un scintillio le fece alzare lo sguardo e vide quegli intermittenti bagliori sulla sella e sulle redini di un cavallo, splendevano raccogliendo i raggi del sole, riflettendoli. Scese da cavallo un “cicisbeo” con addosso una casacca nera stretta in vita da una cintura di velluto rosso tempestato di perle. Quasi abbacinata dalla bellezza di tal spettacolo, rimase ferma, addossata ad un tronco d'ulivo.

Il bel cavalier le si avvicinò cosi tanto da non trovar la possibilità di muovere un solo passo. Soltanto allora comprese in quale inghippo si fosse cacciata.

L'autore non è stato in grado di riportare nel suo racconto quanto può essere successo in quei particolari momenti, probabilmente nelle pagine del diario non è stata descritta, la scabrosità di questo effimero tradimento.

E' d'uopo riconoscere che la collera di un re che venga spudoratamente tradito dalla sua amata regina, tracci i piani per una inevitabile vendetta.

Diede una gran festa e invitò a corte colui che odiava a morte. Quella sera banchettando i pensieri dell'inconsolabile re tradito aleggiavano decisamente su un piano meno elevato dei radianti “empirei”.

La regina aveva intuito che il suo sire era immerso in un mare di dubbi.

Gli strabuzzò in viso gli occhietti acquosi e fece un sorrisetto implorante. Avrebbe voluto supplicarlo di perdonarla, ma il suo orgoglio di regina glielo impediva. Era combattuta fra il desiderio di fuggire, di aggrapparsi a lui, di inginocchiarsi implorando la morte piuttosto che continuare una vita senza speranza, fatta di disperati singhiozzi e di angosce.

Ma non fece nulla.

Trascorsa qualche ora tutti si ritirarono, ormai il banchetto era presso al termine.

Il vino versato costantemente dal re nel calice del rivale e bevuto a iosa, inebriò la mente del “marrano” (epiteto offensivo attribuito allo sgradito ospite). Sarebbe così caduto in catalessi.

Il re salì in cima alla torre ove spuntavano i merli ad anello, contemplando la pianura aspettò il sorgere della silenziosa luna.

Le nubi si dileguarono in una vorticosa danza, il volto era chiaro, luminoso, ma non più di gioia, poiché gli eventi l'avevano immalinconito e si era fatto tanto triste che quasi si temeva di veder scorrere le lacrime sulle gote ad ogni momento.

Adagio adagio si lasciò cadere in ginocchio a ridosso delle mura, dove l'alta figura vestita di nero e il suo pallido profilo, si era rimpicciolita, si passò un paio di volte la mano sulla fronte con un gesto così stanco che tradiva l'intima agitazione.

La regina sobbalzò sul letto facendo tremare l'imponente e ricco baldacchino che lo sormontava sentendo un bestial ululato che spezzò il silenzio della notte. Si raggomitolò su se stessa. Si volse e vide una sagoma oscura passare furtiva a brevissima distanza dal punto ove era nascosta, sembrava che le venisse incontro brandendo una spada insanguinata con tal impeto da farle tremare il cuore in petto. Poi, con ancora il tremore addosso si diresse verso la porta, oltre l'arco ornato di rose lo vide scendere la breve scalea ed avvicinarsi al cavallo che, nel vederlo lanciò un nitrito. Soltanto quando udii gli zoccoli rombare giù per la discesa, si decise ad uscire dal suo improvvisato nascondiglio per cercarne un altro più sicuro.

Era l'alba, gli uccelli non cantavano, avevano perso la loro allegria. Il sovrano uscì di senno: spalancò le porte del castello, con un cenno salutò idealmente i suoi sudditi.

Col destriero s'arrancò su per la rupe. Si muoveva con la cupa sicurezza che ci sostiene nei sogni quando la corsa si tramuta in volo e sotto di noi la terra sembra retrocedere, sparire, ridotta ad una specie di pedana nebulosa che a malapena sfioriamo di sfuggita, per riprendere “l'aire” e librarsi sempre più in alto.

Giunse al pozzo ove la “bestia mandibolata”, in passato, gli aveva dato saggi consigli.

Si nascose dalla vergogna e lentamente...

Qui il racconto s'interrompe bruscamente, ma l'autore, che volle comunque finire la tragedia, proseguì il racconto secondo la propria fantasia ed immaginazione.

Saltò in sella poi con una tiratina di redini, guidò il cavallo verso il viottolo che scendeva sul greto del fiume e lo spinse giù trattenendolo affinché non affrettasse troppo il passo.

Ai piedi del declivio, quando fu presso l'acqua, semivisibile sotto la lieve nebbia che si era alzata scese dal cavallo e lo scostò da se con grande dolcezza. V'era qualcosa di rispettoso, di riguardoso quasi di reverente nei suoi gesti: una specie di timidezza che poteva sembrare inspiegabile in un gran signore come lui.

Si tolse il mantello e lo distese al suolo, s'inginocchiò e levando gli occhi al creato pregò.

Adesso il cielo aveva una lucentezza fra il grigio ed il rosa, lanciò un ultimo grido, «perdono!» e si immolò nelle gelide acque.


Anche nell'ambiente letterario medioevale il moderno si presenta come critica e rottura del passato con linguaggi artistici che hanno caratterizzato l'autore, dando così per scontato che la storia debba finire in tal modo. Avvolgendo in un alone arcano, la sconsolata regina.

Partendo da una conoscenza empirica, l'ignoto autore si preoccupò semplicemente di descrivere dal punto di vista psicologico, morale, sociale, religioso e storico, senza porre giudizi di valore.

E proprio questa assenza di giudizio che tuttavia non è esente da una valutazione personale e soggettiva, a caratterizzare il significato... “morale”.