Pagine di Diario Ratataplan

Etroubles, Valle D’Aosta 1958

Posò la vecchia stilografica, greve nella sua mano stanca, ed asciugò il foglio con la carta assorbente, ammaliata dalle parole che vi rimanevano imprigionate. Ecco, quell’ultima faticosa pagina era finalmente scritta. Si appoggiò allo schienale e guardò verso la finestra, pioveva leggermente e le gocce rigavano il vetro come pianto silenzioso. C’era un bel tepore della stanza e vinta dalla stanchezza si assopì.

Quella sera si era vestita, seppur in modesti abiti, con più cura del solito, l’evento era molto importante. Si guardò allo specchio e sorrise beata. Aveva preparato una cena coi fiocchi, ed ora doveva solo aspettare il rientro di Livio suo marito. Sposati da dieci anni, Livio era tutta la sua vita. Sarebbe stato sfinito come al solito dalle lunghe ore in quella galleria a respirare polvere, ma era sicura che la stanchezza sarebbe sparita in un baleno dopo la notizia che stava per dargli. Si guardò ancora allo specchio mettendosi di profilo e accarezzando la morbida rotondità appena accennata. Un bambino! Aspettava finalmente un figlio! Quanto ci era voluto e quanto lo avevano desiderato! Si ritrovò a fantasticare di piccole manine che stringevano con forza le sue, di primi passi e delle prime parole che avrebbe pronunciato … si riscosse, guardò l’ora e si affrettò in cucina non senza aver ancora una volta dato uno sguardo allo specchio ,,, sì, si sentiva proprio bene, era felice.

Dalla cucina veniva un odorino invitante, si affrettò, aveva una fame!

Tre quarti d’ora dopo mentre lavavano i piatti …

Ci fu un sordo boato quella notte a Etroubles. Per un attimo regnò il silenzio più assoluto, poi le sirene ulularono e non smisero più. Clara si svegliò di soprassalto e si alzò faticosamente. Era di otto mesi e ormai si muoveva a fatica. Nel pancione scalciava una bambina. Andò verso la finestra e guardò fuori, era tutto buio, ma in lontananza si vedevano tante luci intermittenti, doveva essere successo qualcosa, qualcosa di tragico. Un sorda inquietudine si impadronì di lei, si vestì in fretta e uscì. Per le strade la gente correva gridando. Andavano tutti verso il cantiere … L’inquietudine crebbe. Livio pensò Livio è di turno questa notte …

Non sentì oltre, provò solo una gran fitta, le gambe molli e poi il buio.

Era sveglia da un po’ ma non voleva aprire gli occhi. Si sentiva come in un grande pallone dove voci e sensazioni erano attutite, ovattate … vaghe. Dora sua sorella, ecco un punto fermo.

Dora non disse nulla, Clara aprì gli occhi e la guardò: scorse sul volto della sorella quello che non avrebbe mai voluto vedere.

Si riscosse dal torpore in cui languiva, prese il diario che aveva ultimato, ne lisciò con le mani la copertina rigida carezzandolo. Fuori pioveva ancora, quanto tempo era passato? La pendola batté le sedici, non aveva sonnecchiato molto in realtà. La sua storia era tutta scritta in quelle duecento pagine, quaranta anni di pensieri, riflessioni, giudizi, proponimenti, ricordi e sentenze. Che disastro ho combinato, che disastro!

Aprì a caso e rilesse: … sono passati tre mesi dalla sciagura, tre mesi amor mio. La nostra bimba cresce bene, è bellissima, capelli neri come i tuoi e gli occhi, beh gli occhi sono i miei, verdi con pagliuzze dorate, diventerà incantevole, il nostro orgoglio. Ma è per me un dolore continuo guardarla, l’ho chiamata Livia in tuo ricordo, e forse ho fatto male, tutto in lei parla di te. Io non penso di poter continuare a vivere senza la tua voce, senza il tuo respiro … vorrei … si vorrei fossimo morte tutte e due quel giorno, invece siamo qui, continuiamo a vivere, incredibile … continuiamo a vivere! Mi manchi, mi manchi tanto.

Sfogliò qualche pagina ancora, sapeva quello che cercava. Eccola … Oggi Livia compie un anno. Un anno dove mi sono trascinata e mi sono costretta a vivere! Io non voglio vivere, punto. Oggi ho firmato le carte per dare nostra figlia in adozione. No non sono pazza, sono realista, egoista, una sciagurata ma non torno indietro. Nostra figlia starà meglio con Dora suo marito e i suoi due bambini. Crescerà nell’amore e nella serenità, non nella disperazione. Le ho dato la vita, ma è tutto quello che posso offrirle, non ho più niente da trasmetterle. Si amor mio hanno cercato in tutti i modi di dissuadermi, ma non voglio cedere. Starà meglio con loro. Sarò solo una zia, penso sia la cosa migliore. Dora manterrà il segreto ne sono certa. Non soffro, anzi è una liberazione.

Qualche pagina più in là… Livia ha dieci anni oggi, Dora mi ha scritto implorandomi di tornare a casa per rivederla. Non è passato giorno che non abbia pensato a lei .... E’ bella e solare, come lo eri tu. Dora è speranzosa, l’ho capito, ma non ho intenzione di cambiare le cose. Sta bene cosi. Ora ho un lavoro che mi impegna moltissimo, mi sono trasferita ad Aosta, ho cominciato come commessa in un negozio di abbigliamento ed oggi lo dirigo, chissà forse un giorno ne avrò uno tutto mio. Devo lasciare una eredità alla nostra bambina, non lo dimentico. Pensi che io sia vile vero? Probabilmente è proprio così ...

Una quarantina di pagine dopo … La nostra bambina oggi si sposa. Non sarò presente, non posso. Temo di tradirmi. Ero con lei qualche giorno fa …. Mentre faceva l’ultima prova dell’abito dalla sarta, la osservavo… che orgoglioso ed emozionato saresti stato! Si è laureata e ora si sposa. Si mi sono commossa vedendola e sono stata sul punto di parlare, di urlare: sono io tua madre sono IO! Poi lei si è girata e mi ha abbracciato dicendo: “Cara zia Clara questo abito è un sogno! Grazie grazie di cuore. Vorrei tu potessi rinunciare al tuo viaggio … “. Mi si è spezzato il cuore. Ma come posso adesso tutt’un tratto dire: Livia tu sei mia figlia, io ti ho dato in adozione a mio sorella per viltà, perché in te rivedevo tuo padre e io non volevo più vivere. L’ho fatto perché ho avuto paura di me stessa. Ho perfino tentato di annegarti ma poi tu piangevi e piangevi … e non ho potuto. Prima di commettere una scelleratezza ho scelto di darti in adozione perché tu vivessi. Ridicolo solo pensarlo. No non potevo assolutamente. Oggi si sposa e io non sono con lei. Si lo so mi disapprovi. Anche io amor mio. Anche io.

Quindici pagine dopo … “Siamo nonni! Siamo nonni! Sono nati due bellissimi gemelli, Lorenzo e Giulia. Stanno bene tutti. Il marito è uscito frastornato dalla sala parto: due gemelli. Torneranno a casa fra tre giorni. Starò un po’ con mia figlia per i primi tempi, almeno fino a quando Dora si rimetterà … si hai letto bene … mia figlia. E’ tutta la mia vita …

Sorrise, chiuse gli occhi e rammentò quei primi giorni insieme alla sua famiglia, per la prima volta tutti assieme.

Riprese la lettura, qualche pagina dopo …” Oggi ho chiuso gli occhi a Dora, si è spenta serenamente. Gli ultimi giorni non mi sono mossa dal suo capezzale e per la prima volta dopo tanti anni le ho aperto il mio cuore. Cara Dora. Che fardello enorme le ho lasciato! Solo ora me ne rendo conto. E il mio ostinato silenzio? Che assurda sciocchezza! Ho smesso di vivere convinta di averne il diritto ed ho coinvolto le persone a me più care senza minimamente rendermi conto del danno che facevo. Ecco ora tutto è finito Dora riposa in pace, Livia è distrutta dal dolore ed io sono qui. Ancora viva. Dora mi ha fatto giurare che avrei detta tutta la verità a Livia, ma non l’ho fatto ancora. Ci devo pensare. In questi quaranta anni ho affidato a questo diario qualche riga ogni giorno, pensieri sparsi e tutto il mio amore. L’ho scritto per mia figlia, per nostra figlia, l’ho scritto per me. Ora non so che fare. Livia è stata felice con Dora, sua madre, e se è cresciuta così bene è solo per merito suo e del suo amore. Come posso ora presentarmi e dire: beh sai io non sono tua zia in realtà sono tua madre … assurdo. Le spezzerei il cuore. No, non posso farlo. Ma l’ho promesso … ”

Posò il diario e prese il foglio che aveva ultimato poco prima, per rileggerlo:

Cara Livia,

prima di aprire le pagine di questo diario ci sono alcune cose che devi sapere e che ti sono state celate: perdonami se lo faccio per iscritto e non a voce … ma non è facile per me parlare di ciò che è accaduto. Tu sei nata in una notte di tragedia, mentre emettevi i primi vagiti il tuo papà e mio adorato marito moriva sepolto da una frana che distrusse la galleria nella quale lavorava. Si tuo padre si chiamava Livio, da qui il tuo nome, ed io, si proprio io sono la tua vera mamma. Ti ho dato in adozione a mia sorella quando avevi un anno, pensavo che sarei morta di li a poco, non volevo più vivere, invece sono ancora qui. Ti ho visto crescere, fare i tuoi primi passi e sono rimasta nell’ombra per tutto questo tempo: una zia sempre presente, una mamma assente. C’è stato un momento in cui sono stata tentata di dirti tutta la verità. Dora, la tua mamma adottiva, mi aveva implorato di farlo, ma non ne ho avuto il coraggio, eri cosi felice, come avrei potuto? Man mano che passavano gli anni mi sono resa conto dell’enormità di ciò che avevo fatto, ma come dirti che ero pentita, che ti amavo più della mia vita, che ero orgogliosa di te, che avevo sbagliato, ti avevo privato della verità? Avevi già tutto l’amore che meritavi… come potevo deluderti? Ed ora è arrivato il momento di tirare le somme, il momento della sincerità. Mi dispiace. Ho promesso a Dora di dirtelo, lo faccio solo ora e confesso non senza mille titubanze. E questo, mio unico tesoro, è tutto quello che rimane da dire.

Non saprò mai quello che penserai di me perché quando avrai tra le mani queste pagine … certo … potrai decidere di leggerle o bruciarle beh io sarò già polvere. L’unica cosa di cui sono certa è che un giorno ci incontreremo di nuovo, in un altro mondo, una nuova vita, e sono sicura, per quei geni che di me vivono in te, che mi perdonerai. Con amore. Mamma.

Riprese in mano la stilografica e firmò, soffiò sul foglio e lo infilò nella busta.

Fuori pioveva ancora e le gocce si rincorrevano lungo il cristallo silenziose. Si avvicinò al vetro ed il suo fiato lo appannò come nebbia. Ecco cosa era stata la sua vita, una vita nella nebbia.

Ritornò alla scrivania e prese il diario e la lettera, li trattenne ancora un attimo fra le mani, poi si diresse al caminetto e ve li gettò.

Lei era Clara, zia Clara e tale sarebbe rimasta. “ Lasciate che i morti seppelliscano i morti. “