RATNIB “UNA VITA IN CORNICE”



Come logica, viene concepito che ad una cornice venga assegnato un posto di rispetto. Pur mantenendo un ruolo importante potrebbe sembrare solo un telaio di legno o altro materiale, variamente sagomato e decorato dove s'incastrano quadri, specchi, ecc... Una cornice potrebbe avere più valore degli elementi secondari che stanno dentro, per esempio: parte di un opera letteraria che serve ad inquadrare e collegare le altre.

Invece una cornice che racchiude una vita vissuta di mondanità, premia solo i più eletti. Così inizierei con non poca difficoltà tentando di spiegare il reciproco intendersi, narrando di una vita vissuta in cornice.

Fino a che non si trova la porta e la chiave, lo scrittore ed il lettore rimangono all'oscuro.

Quale importanza può avere mai, uno spirito libero, se viene costantemente criticato per aver scelto (a suo malgrado) di fare una vita futile e gaudente, felice dei piaceri mondani.

E' facile biasimare e condannare. In questo mondo di m... non ci volevo entrare. Si dimentica, perché non piace ammettere errori, perché è la conseguenza della propria ignoranza. Ero una creatura complessata, agitata da gravi problemi, divorata dall'ansia per la sorte capitatami.

Ero tormentata da malanni per i quali la medicina non poteva far nulla.

Mi recavo puntualmente dallo “strizzacervelli” convinta che le analisi fossero delle forme espressive del linguaggio comune e ordinario.

Ad ogni seduta tentava di convincermi che la “filosofia” fosse l'unica disciplina in grado di rintracciare quel fondamento comune al sapere stesso. Non aveva un proprio oggetto d'indagine, dato che il suo metodo era la ricerca dei principi trascendentali che rendono possibile l'attività di conoscere e di pensare.

Ma io avevo bisogno di riflessioni intellettive, per giungere ad una conclusione razionale.

Una volta liberata dal turbamento, avrei voluto raggiungere la pace perpetua. Essendo d'indole “cinica e stoica” rinunciando a pronunciare qualsiasi cosa circa la realtà, v'era l'impossibilità, cioè la liberazione delle passioni, delle eccitazioni somatiche che provengono dalle zone erogene che possono essere scaricate solo con il soddisfacimento. La ricerca del piacere è anch'esso alla base dell'inconscio.

Avrei voluto un'esistenza autentica, la scelta di esserci in base alle mie possibilità. Quella che stavo vivendo era inautentica, l'esserci si disperde, aderendo a questa farsa mondana.

Tale progetto non è realizzabile con il suicidio, bensì attraverso la moralità.

La speranza di non incappare in un gesto inconsulto sta nell'istinto di conservazione.

Basta!

Infischiandomene del mio lungo eremo, una sera uscii di casa quando il cielo era ancora rosso violaceo e la spiaggia era ancora imporporata dall'ultimo riverbero del sole. Dopo aver percorso un breve tratto sull’arenile, notai poco lontano un falò attorniato da persone di fattura squisitamente accurata e fine, elegantemente vestite. Il mio desiderio e la mia curiosità mi inducevano ad avvicinarmi, ma mi sentivo goffa e imbarazzata al loro cospetto. Mi allontanai quel tanto da sentire le loro voci e le loro risate. «Fategli fare un bagno in mare e appena smaltita la sbornia ricomincerà a ragionare». Disse uno di loro, con una pronuncia della “erre” con articolazione uvulare, (praticamente con la erre moscia per vezzo).

Me ne stavo andando, ero in preda ad un attacco di ansia, quando un'aitante figura si staccò dal gruppetto e si avvicinò con passo sicuro, misi una mano al petto per comprimere i battiti accelerati del cuore.

Di primo acchito lo vedevo diverso da tutti gli altri componenti dello strano gruppetto.

Lessi nel suo volto il riflesso del contrasto interiore. Tuttavia egli era convinto, nel suo animo, di poter far calcolo sulla mia fragile personalità.

Mi prese la mano stringendola con una lieve pressione, e io lo seguii senza opporre resistenza, come se fossi attratta da una forza magnetica. Mentre ci avvicinavamo al falò, che sprigionava alte faville verso il cielo ormai buio, mi sussurrò con voce pacata di essere al loro servizio e di chiamarsi Mario, con un sorrisetto sarcastico e storcendo la bocca di lato, recitò un proverbiale aneddoto, non comprendendo il vero significato: «L'occhio del padrone ingrassa il cavallo».

Durante le presentazioni mi fecero l'inusuale baciamano e pronunciarono i propri nomi.

Nomi come Gianmaria, Leopoldo, Camillo e Ambrogio. L'unico nome ordinario era Mario, non facendo parte a questo ceto di aristocratici. Le due donne che erano intente a scambiarsi tenere effusioni, non mi notarono nemmeno. «Suvvia! Si va tutti a fare un giro in barcaccia», gridò Gianmaria, quello dalla erre moscia.

Arrivati al porticciolo turistico, le due amanti scesero dalla “limousine” per ultime, ancora avvinghiate. Altroché barcaccia era un panfilo lussuoso, salirci sopra era la meta ultima, una conclusione auspicata e desiderata.

Passammo la notte fra eccessi e stonature mescolando bevande alcooliche, canne d'erba e sesso sfrenato, immersi in una stagnante calura.

Col cervello inebriato e gli occhi offuscati, intravidi a prua Leopoldo, ritto in piedi completamente nudo, sforzandosi di emulare Di Caprio nel film “Titanic”. Ululava alla luna che rifletteva sulle sue chiappe biancastre.

L'unico che a mio avviso sembrava sobrio era Mario. Egli si sedette accanto a me così vicino che sentii nuovamente il cuore in gola.

«Di chi vuoi parlare?», mi domandò senza attendere una risposta, trattenendo a stento un sarcastico sorriso, che gli tremava birichino agli angoli della bocca fresca.

«A quelle due gentildonne che credono di essere piene di meriti gli farei vedere io cos'è un vero uomo».

«Ah, si certo!», esclamai.

«Uh, anche tu vuoi fare l'innocentina adesso? Lo sanno anche quei quattro smidollati che la tua ambizione è di entrare nelle loro grazie, di far parte della classe sociale più elevata, più ricca.

Per quanto tempo riuscirai a reggere questo tenore di vita, assumere falsi atteggiamenti in uso nel bel mondo?».

Sentii il mio viso contrarsi, le pupille si dilatarono e fisse a tal punto che mi fecero ricordare l'unico morto sul quale avevo posato lo sguardo in vita mia, il mio amatissimo marito. Mario continuava a parlare con voce monotona a tratti disperata, sforzandosi di mantenere la trama dei discorsi nell'ordine cronologico di come si era proposto.

Per un po' di tempo restammo in silenzio, un silenzio leggero, magico, nel quale i nostri pensieri sembravano palpitare sospesi sull'incantevole intreccio dei discorsi che avremmo potuto pronunciare, ma che preferivamo tener segreti.

Se mi avesse osservata con attenzione si sarebbe certo accorto che il mio sorriso era forzato e che negli occhi balenava un lampo di corruccio anziché di compiacenza.

Alle prime luci dell'alba Mario mi accompagnò a casa. Dormii per non so quanto tempo, sognando di rivivere questa fantastica cornice di vita mondana, in questa “high life”.

La mia esistenza continuò per diverso tempo, svolgendosi su questo ritmo. La mia mente era libera da qualsiasi pensiero: per la prima volta sembrava che fra il mio corpo e il mio cervello fosse intervenuta una specie di tregua, avendo accordato una parentesi di tranquillità, raggiungendo la tanto ambita guarigione.

Ma mi illudevo perché le mie ansie, meno frequenti, tornavano ugualmente. Riprendevo nuovamente il tema, l'argomento sulla riflessione sostenendo il principio della originaria bontà della natura umana, ma era solo un’utopia, certo che i luoghi che frequentavo in cui tale bellezza ideale avrei potuto esprimere la mia piena realizzazione. Ma purtroppo era solo un sentimento spirituale.

Non avevo più il tempo né la voglia di presenziare alle sedute psicoterapeutiche, passando i giorni e le notti da un ricevimento all'altro, dal casinò al gran galà, a Courmayeur nella stagione invernale, per poi trovarci tutti a bordo del mastodontico panfilo ormeggiato a Portofino o a Montecarlo.

Dopo i festeggiamenti, a volte, il veloce ritorno a casa. Le forze andavano esaurendosi, come quando il cielo perde quel riflesso perla diventando opaco e denso, preparandosi al crepuscolo.

Quasi ogni notte, sognavo un impossibile amore, sentivo abbracci sinistri, macabri amplessi, l'orribile connubio fra me e lo spettro del mio defunto marito. Le stesse carezze gustate nel passato, si ripetevano con rinnovato ardore.

Questi incubi si attenuarono fino a sparire completamente da quando Mario iniziò a giacere nel mio letto.

Girato su un fianco verso di me mi fissava con occhi scintillanti: «A che gioco stai giocando?» Senza attendere risposta si scostò di dosso le coperte, era seminudo ed evanescente alla luce fioca della lampada. I suoi occhi continuavano ad emettere bagliori come fuoco di paglia.

Era una sfida. Ero spaventata.

«Che diavolo ci facevi quella notte sulla spiaggia?». Mario domandava, interrogava, senza però pretendere una replica.

Una mattina ci svegliammo presto, il porto era ancora deserto, il mare era increspato, offriva un riposo ai gabbiani adagiati sulle lievi creste delle onde, cullandoli.

Ma durante il giorno inoltrato, al largo si levò il vento, le creste delle onde spumeggiavano e il rollio della barca ci sballottò con tanta violenza che fui costretta a scendere in cabina, il mal di mare mi aveva causato un tal stato di prostrazione che non mi resi conto di nulla, nemmeno delle parole del capitano Mario, pronunciate assieme a varie imprecazioni: «Oh sì, tutto andrà in malora la nave e tutti noi». Ero stata in mare parecchie volte e con ogni sorta di tempo, ma non ho mai provato un senso così profondo di annientamento.

Realizzai solo più tardi ciò che era accaduto, riuscì a trascinarmi in coperta e Mario mi raccontò quel che successe: «Un’onda anomala ha spazzato via tutto quello che si trovava sul ponte, ceto nobiliare compreso. Il mare era grosso e li ha inghiottiti, erano tutti fatti, sdraiati, inerti, non se ne sono nemmeno accorti. Con il mare calmo gli squali faranno una vera festa!»

Prese in mano i comandi e con un gesto di sdegno diede un alzata di spalle, senza proferire parola diresse lo “yacht” verso l'ignoto.